Attenzione! La serata con lo scrittore PAOLO RUFFILLI e il suo romanzo "L'isola e il sogno" prevista per venerdì 11 marzo è stata rinviata per problemi organizzativi a lunedì 21 marzo alle ore 21,00 sempre nella sala conferenze dell'Hotel Ala d'Oro. Il prossimo incontro di Caffè Letterario è fissato per Sabato 12 marzo alle ore 16,30 nell'aula magna del Liceo Classico di Lugo con il poeta dialettale PAOLO GAGLIARDI. (vedi post seguente)
Sala conferenze - Hotel Ala d'Oro
Via Matteotti, 56 - 48022 Lugo di Romagna - (Ravenna) - Italia
Per Informazioni : 0545 22388 - claudio@aladoro.it
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mercoledì 9 marzo 2011
ATTENZIONE! - La serata con PAOLO RUFFILLI è stata rinviata a lunedì 21 marzo.
Attenzione! La serata con lo scrittore PAOLO RUFFILLI e il suo romanzo "L'isola e il sogno" prevista per venerdì 11 marzo è stata rinviata per problemi organizzativi a lunedì 21 marzo alle ore 21,00 sempre nella sala conferenze dell'Hotel Ala d'Oro. Il prossimo incontro di Caffè Letterario è fissato per Sabato 12 marzo alle ore 16,30 nell'aula magna del Liceo Classico di Lugo con il poeta dialettale PAOLO GAGLIARDI. (vedi post seguente)
Sabato 12 marzo - PAOLO GAGLIARDI a Caffè Letterario
lunedì 7 marzo 2011
"Una pagina di storia attuale" di MARCO SEVERINI
Lo storico MARCO SEVERINI, docente di Storia del Risorgimento, presso l'Università di Macerata, è stato ospite di Caffè Letterario lunedì 28 febbraio dove ha presentato il suo ultimo lavoro "La Repubblica romana del 1849" edito da Marsilio.
Video-riassunto in 10 minuti della serata su youtube all'indirizzo:
http://www.youtube.com/watch?v=-hoXrtfYv2I
Il 28 febbraio scorso sono stato ospite a Lugo di uno dei numerosi incontri culturali predisposti dal locale Caffè Letterario. Mi sono trovato molto bene e l’incontro con il pubblico, avvenuto nel Salone Estense, si è sviluppato soprattutto attraverso una serie di domande e di interventi che i presenti hanno rivolto a chi aveva parlato di un libro di recente uscita del sottoscritto.
Il giorno dopo l’editore mi ha informato che la prima edizione dell’opera era, a distanza di tre settimane, finita e che stava provvedendo a ristamparlo.
In questa sede sintetizzo i motivi per cui questa significativa pagina di storia appare nel 2011 particolarmente attuale.
La storia
Agli inizi del 1849 la storia italiana era cambiata: la repubblica era stata proclamata a Roma, Venezia e Livorno; a Firenze si era costituito un governo democratico; la Sicilia restava in mano ai separatisti che si erano dati un governo ed una Costituzione di orientamento democratico; Brescia cacciava gli austriaci e Genova respingeva l’armistizio di Novara con una insurrezione repubblicana.
Era scoccata, dopo la sconfitta delle diverse opzioni moderate, l’ora dei democratici e la loro attuazione più significativa fu la nascita, al centro della penisola, di un legittimo Stato repubblicano, democratico, laico e italiano, benché l’Europa fosse costellata di monarchie e animata da forti rigurgiti di antico regime.
Il mancato coordinamento dei diversi focolai democratici, la ristrettezza della base sociale insurrezionale (piccola-media borghesia urbana; popolo minuto; ceti artigiani) e l’incapacità di conferire alla lotta una dimensione autenticamente pop
olare, fecero fallire questa congiuntura che assunse comunque un carattere esemplare e costituì la più bella pagina del Risorgimento italiano.
Nata il 9 febbraio 1849, la Repubblica romana del 1849 ha conosciuto un lungo oblio nella seconda metà del Novecento. La prova più evidente è costituita dal fatto che da 56 anni non usciva una monografia scientifica sull’argomento. Con questo termine intendo il prodotto di un critico e meticoloso lavoro di ricerca svolto attraverso archivi e biblioteche, sorretto da una chiara metodologia e capace di presentare una narrazione e una interpretazione di fondo (o anche più di una).
Non è però vero – come a lungo si è sostenuto – che la brevità della storia della Repubblica romana rappresenti un ostacolo alla valutazione storiografica della sua vicenda, delle realizzazioni e delle eredità che ci ha lasciato.
In una prima fase (9 febbraio-29 marzo), la Repubblica venne guidata da un Comitato esecutivo composto da Carlo Armellini (settantaduenne avvocato concistoriale che aveva servito la Repubblica giacobina del 1798-99 e poi Napoleone e diversi papi), Mattia Montecchi (altro avvocato capitolino con trascorsi carbonari e cospirativi) e da Aurelio Saliceti (famoso giureconsulto abruzzese del foro partenopeo, uno dei primi meridionali affiliati alla Giovine Italia e politico partecipe dei moti napoletani del 1848).
Nell’azione di governo, questo Comitato venne affiancato da un Consiglio di ministri, costituito da un mix tra tecnici e rivoluzionari di antica data, e dall’Assemblea che si impegnò nella veste di legislatore costituente e di legislatore ordinario.
Il Comitato continuò l’opera di rinnovamento politico e sociale in senso democratico-borghese che era stata iniziata nella fase di interregno provvisorio (dicembre 1848-gennaio 1849), adottò importanti riforme sul piano politico e giuridico, fronteggiò il caos amministrativo, il dissesto finanziario e i primi casi di insorgenza reazionaria, ma non affrontò con la dovuta energia le questioni dell’organizzazione militare e la ripresa della lotta nazionale.
Falliti gli accordi con gli altri Stati italiani per giungere ad una Costituente italiana, l’Europa cattolica si apprestava a soccorrere Pio IX il quale, fin dal 19 febbraio, aveva chiesto con apposita nota diplomatica l’intervento militare di Austria, Francia, Spagna e Regno delle Due Sicilie: l’isolamento diplomatico si rivelò decisivo per le sorti della Repubblica romana.
La seconda fase della Repubblica (29 marzo-30 giugno) venne politicamente dominata da
Giuseppe Mazzini. Eletto deputato in una consultazione suppletiva il 24 febbraio e giunto a Roma la sera del 5 marzo, il patriota genovese impresse un indirizzo più energico al governo repubblicano, orientandolo verso la guerra d’indipendenza nazionale e la difesa militare, senza per questo interrompere l’azione di rinnovamento e modernizzazione delle istituzioni avviata in precedenza.
Raggiunta Roma da patrioti ed esuli provenienti da tutta la penisola e dall’estero, il triumvirato mazziniano proseguì l’opera di laicizzazione dello Stato (furono aboliti i tribunali ecclesiastici e confiscati i beni del clero) e di rinnovamento politico e sociale (tra l’altro, fu varata una riforma agraria che prevedeva la concessione di terre in affitto perpetuo alle famiglie più povere) delle antiquate strutture pontificie.
Soprattutto si affermò un governo nazionale, incentrato sul richiamo al popolo-nazione cosicché qualunque categoria di cittadini (comprese quelle secolarmente escluse, come gli ebrei e le donne, che recitarono un ruolo di primo piano come infermiere, ausiliarie, giornaliste e combattenti a Roma e nelle principali città dell’Italia centrale) venne chiamata da Mazzini a partecipare alla costruzione di un mondo nuovo.
Roma divenne in questi mesi una sorta di capitale della riconquistata libertà italiana.
In uno Stato che abolì la pena di morte, riconobbe la piena libertà di culto e soppresse qualsiasi forma di censura sulla stampa, un’intera generazione di giovani, intellettuali, borghesi, patrioti, uomini dalle incerte convinzioni, reduci della prima guerra d’indipendenza, neofiti della politica si ritagliò
uno spazio nella vita pubblica fino a pochi mesi prima inimmaginabile; l’intenso processo di politicizzazione animò, tramite i circoli popolari e i «luoghi di parola», intensi dibattiti e una crescente partecipazione popolare, mentre ai limitati orizzonti della vita municipale subentrò la prospettiva di un’unità nazionale da conquistarsi sul campo.
Minato dalla crisi economica e finanziaria ma soprattutto dall’invasione militare straniera, la Repubblica poté contare solo sulle proprie forze e affrontò la drammatica situazione con equilibrio politico e valore militare. Aperte simpatie giunsero solo dai cittadini statunitensi quali i diplomatici Nicholas Brown e Lewis Cass jr. (lasciati però senza direttive dal governo di Washington e di fatto impossibilitati a riconoscere la Repubblica), lo scultore/scrittore William Wetmore Story e la scrittrice/giornalista Margaret Fuller, entrambi bostoniani.
Attaccata a nord dagli austriaci e a sud da borbonici e spagnoli, la Repubblica giocò la sua partita decisiva con la Francia, un cui corpo di spedizione si presentò il 24 aprile davanti a Civitavecchia.
Adottata con fermezza la linea di respingere la forza con la forza, Mazzini comprese subito le intenzioni del governo di Luigi Napoleone Bonaparte e sperò che le elezioni per l’Assemblea Legislativa del 13 maggio potessero ribaltare il ministero del presidente grazie all’agguerrita opposizione repubblicana interna guidata da Ledru-Rollin.
Mazzini aveva ricevuto, nel 1848, dal capo del governo provvisorio della Seconda Repubblica Lamartine la promessa di un aiuto all’Italia da parte della Francia nel caso in cui fosse stata attaccata «nel suo suolo o nel suo cuore»; ma la svolta moderata, che aveva portato nel dicembre 1848 alla presidenza transalpina Luigi Napoleone Bonparate, comportò una brusca sterzata nell’azione europea del governo di Parigi: quest’ultimo, dopo un’ambigua e temporeggiatrice missione diplomatica, lasciò campo libero al suo corpo di spedizione militare di schiacciare la libertà italiana.
La lunga ed eroica resistenza militare della Repubblica, che costò oltre un migliaio di vittime, si concluse di fatto il 30 giugno con i francesi padroni dei bastioni e di tutte le alture capitoline.
A questo punto, la proposta mazziniana di continuare altrove la «guerra di popolo» non venne accolta dalla Costituente la quale nominò un terzo governo triumvirale, composto da Alessandro Calandrelli, Livio Mariani e Aurelio Saliceti, che durò in carica appena quattro giorni: in questo breve volgere di tempo, venne approvata (1° luglio) e promulgata (3 luglio) la Costituzione (tra le più avanzate dell’Ottocento europeo), Garibaldi lasciò Roma con circa 4.000 uomini per continuare la lotta e si decise, protestando di cedere unicamente alla forza, di ricevere impassibilmente i francesi in città. La Repubblica romana terminò la sua vita il 4 luglio 1849.
Le eredità
L’importanza storica della Repubblica va posta in relazione alle profonde eredità che ha lasciato alla vicenda storica nazionale.
In primo luogo, la Repubblica romana fu uno Stato italiano. Lo attestano la visione profondamente italiana degli avvenimenti propria di Mazzini, alla sua prima ed ultima esperienza di governo; la presenza di migliaia di patrioti giunti ad offrire il proprio coraggioso contributo ad uno Stato che faceva propria la solidarietà tra le nazioni oppresse e la fratellanza universale dei popoli; la rappresentatività italiana in seno a tutti i principali organi dello Stato (governo, Costituente, classe dirigente, esercito, corpo diplomatico); la difesa e il sostegno alla nazionalità italiana contenuti in tutti gli atti principali della Repubblica, dal primo (il decreto del 9 febbraio) all’ultimo (la Costituzione, il cui IV principio fondamentale affermava che la Repubblica, pur rispettando ogni nazionalità, propugnava quella italiana); la diffusione di inni, componimenti, giornali e stampati improntati allo spirito italiano e al sentimento nazionale; la simbologia adottata, dall’adozione del tricolore come bandiera della Repubblica all’utilizzo della sciarpa tricolore come tratto distintivo dei deputati della Costituente, dalla proclamazione del Po a fiume nazionale al varo di cerimoniali nel palazzo del Quirinale tuttora vigenti. Con la Repubblica del 1849, la causa patriottica e nazionale smise di essere un concetto elitario e scarsamente percepito e trovò spazio in una sorta di nucleo fondativo di un’Italia ancora divisa.
In secondo luogo, il repubblicanesimo si configurò, nella sua versione mazziniana e democratica, come il regime più idoneo per la nazione italiana. Inizialmente in coabitazione con altri orientamenti politici e ideologici, il mazzinianesimo diede vigore e credibilità alle istituzioni repubblicane, incrementando la partecipazione popolare e richiamando nelle città e nelle periferie masse di combattenti che si distinsero negli assedi di Bologna, Ancona e Roma e in molti altri casi. Un regime politico chiaro e lineare nel suo programma di governo, consapevole delle urgenze e dei pericoli del momento, trasparente nella gestione economica, misurato nel comportamento dei suoi leader (Mazzini visse modestamente, ma diede prova di grande statista), fermo e tenace nella conduzione politica, ispirata ad una moderna concezione della libertà e della democrazia, e nella comprensione della difficile congiuntura internazionale.
Ancora, individuando in Roma la futura capitale d’Italia e assicurando al contempo al pontefice le garanzie indispensabili per l’esercizio del potere spirituale, la Repubblica romana segnò una pagina nuova nelle relazioni Stato-Chiesa, dichiarando decaduto il potere temporale dei papi e prefigurando itinerari di politica ecclesiastica che sarebbero stati recepiti prima dall’Italia monarchica e poi dalla Repubblica italiana. Una volta acquisito la fine del dominio temporale e al di là delle scomuniche e dei divieti ufficiali, la Santa Sede avrebbe rilanciato la propria vocazione internazionale e affrontato il confronto finora differito con le sfide della società capitalistica e le conquiste della società moderna.
Da diversi studiosi è stato affermato che la Costituzione promulgata il 3 luglio 1849 rappresenta l’eredità più importante della Repubblica quarantanovesca: scritta dai rappresentanti di un’Assemblea senza precedenti nella storia italiana i quali operarono in assoluta libertà di giudizio, senza alcuna soggezione verso le personalità più autorevoli e senza alcun accordo precostituito, questa carta costituzionale si compose di otto principi fondamentali e di sessantanove articoli e si rivelò la più avanzata e democratica dell’intero Risorgimento. Se il corso degli eventi gli precluse di divenire realtà operante e funzionale, la Costituzione conservò un profondo valore ideale e di protesta, simboleggiò il chiaro senso di svolta e di rottura dell’esperienza storica che l’aveva prodotta e, in risposta al fallimento di altre progettualità politiche, delineò la traccia fondamentale di una via laica, italiana e democratica al problema dell’unità e dell’indipendenza nazionale; una traccia che avrebbe ispirato un secolo dopo, in un contesto diverso ma non privo di analogie sul piano storico e normativo, la Costituzione repubblicana del 1948.
Infine, l’eroica resistenza militare repubblicana di fronte all’invasione militare straniera costituì un grande successo morale sulla strada dell’unificazione. La vittoria impossibile dei 19.000 difensori di Roma contro i 35.000 soldati francesi (senza contare l’occupazione austriaca e la presenza marginale di spagnoli e borbonici) divenne una di quelle gloriose sconfitte che – come ha sostenuto Mario Isnenghi – sono parte costitutiva, in età romantica, di un moto grandioso e minoritario: una sconfitta nobilitante, che si sarebbe profondamente sedimentata nell’immaginario collettivo.
Memoria e storiografia
È indubbio che la memoria della Repubblica ha proiettato un’ombra lunga sulla successiva storia nazionale.
Benché l’Italia divenisse uno Stato unitario il 17 marzo 1861 grazie alla vittoria della strategia liberal-cavouriana, il pensiero mazziniano e democratico continuò ad alimentare le battaglie di un’intera generazione politica per gli obiettivi della repubblica e di un paese migliore: queste battaglie furono portate avanti sia da quella parte del movimento democratico che decise di integrarsi nella vita politica dello Stato liberale sia da coloro che rimasero per diversi anni su una posizione di intransigente opposizione all’Italia monarchica.
Ma, dato ancora più interessante, si sviluppò in diverse aree centro-settentrionali una pedagogia civile repubblicana – che non poco dovette all’intenso impegno di Aurelio Saffi – che si concretizzò nella centralità dei valori laici, nella matrice morale dell’azione politica, nella definizione di una religione civile del dovere. Da tutto ciò nacquero miti, rituali, feste e addirittura un calendario alternativo all’Italia ufficiale, mentre riprese, specie in Romagna e nelle Marche settentrionali, l’opera di proselitismo da parte di un repubblicanesimo che, sul finire dell’Ottocento, superate in parte difficoltà e divisioni interne, si strutturò in vero e proprio partito politico.
L’età giolittiana presentò un’altra forte contrapposizione tra le diverse anime del movimento-partito che si richiamava a Mazzini, ma anche a Cattaneo – centrale fu, in questo senso, l’intensa azione svolta dal lombardo Arcangelo Ghisleri – e trovò solo alla vigilia della Grande guerra una migliore ridefinizione di strategie e obiettivi, grazie anche ad una nuova e dinamica generazione di militanti (tra cui il faentino Pietro Nenni, i marchigiani Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, ed altri ancora).
Il IX Febbraio rimase una festa imperdibile per i militanti repubblicani e per chi intendeva riconoscersi nel ricordo dell’Italia migliore che l’Ottocento democratico e progressista aveva saputo proporre.
Così il ricordo – non sempre una «retorica e parolaia» celebrazione – della Repubblica romana alimentò la formazione e l’impegno di una terza generazione di militanti repubblicani (dopo quella risorgimentale e quella post-breccia di Porta Pia) che sostennero le idealità politiche e civili dell’antifascismo, del fuoriuscitismo, della clandestinità, ma anche dell’intransigente affermazione di una repubblica determinata dalla volontà popolare.
Dopo la Resistenza, il repubblicanesimo tornò in prima fila in quella complessa fase politica da cui scaturì, il 2 giugno 1946, la nascita della Repubblica italiana e, contestualmente, la mirabile azione costituente. In quell’Assemblea presero posto e offrirono un contributo prezioso e illuminante militanti – come Giovanni Conti e Giuseppe Chiostergi – che erano nati alla fine dell’Ottocento ed erano stati educati ai principi mazziniani.
Nonostante fosse stata al centro di una memorabile (ma fino a poco tempo fa dimenticata) seduta parlamentare il 9 febbraio 1949 e di efficaci ricostruzioni storiografiche – vanno almeno ricordate quelle di Domenico Demarco (1944) e di Luigi Rodelli (1955) nonché l’impeccabile rivisitazione di Giorgio Candeloro nel terzo volume della sua Storia dell’Italia moderna (1960) –, la Repubblica romana è caduta nel dimenticatoio a partire dagli anni sessanta.
Lo hanno determinato scelte di natura politica e ideologica, ma anche il mutamento dei gusti e degli orientamenti storiografici, sempre più sviati dall’analisi politica e portati a sperimentare nuovi approcci e inedite sinergie con altre discipline (in primis, le scienze sociali).
Non che siano mancati enti e istituzioni pronti a ricordare quella Repubblica ottocentesca così profondamente anticipatrice degli scenari novecenteschi – si pensi al ruolo svolto dall’Associazione Mazziniana Italiana o dall’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano –, ma di fatto non è stato scritto più nulla di significativo sugli avvenimenti quarantanoveschi. Soprattutto si è rimasti a lungo privi di una nuova ed organica ricostruzione storiografica, basata sulla ricerca di archivio e capace di individuare gli elementi profondi e innovativi dell’esperienza che aveva accomunato Mazzini, Garibaldi, Mameli e migliaia di patrioti italiani e stranieri.
Una nuova generazione di studiosi, sensibile alle tematiche risorgimentali e capace di aggiornare e ridefinire status metodologico e prospettive storiografiche, è comparsa solo agli inizi del terzo millennio e da essa è lecito aspettarsi un rinnovamento degli studi che troppo a lungo ha reso gli italiani orfani di una riflessione storica intorno all’origine del loro passato prossimo.
di Marco Severini
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
M. Severini, La Repubblica romana del 1849, Venezia, Marsilio, 2011; Id. (a cura di), Dall’Unità alla Repubblica. Percorsi e temi dell’Italia contemporanea (con scritti di G. Sabbatucci, R. Balzani, M. Severini, G. Di Cosimo, E. De Fort. E. Cecchinato, N.M. Filippini), Venezia, Marsilio, 2011. 
venerdì 4 marzo 2011
La serata con lo storico MARCO SEVERINI
Video-riassunto in 10 minuti della serata su youtube all'indirizzo:
http://www.youtube.com/watch?v=-hoXrtfYv2I
Ultima serata del mese, si è svolto lunedì 28 febbraio nel Salone Estense della Rocca, l’incontro con lo storico Marco Severini, docente di “Storia del Risorgimento” presso l’Università di Macerata, che ha presentato il suo ultimo lavoro “La Repubblica romana del 1849” edito da Marsilio pochi giorni or sono. A fare gli onori di casa allo storico marchigiano erano Gianni Veggi e Viviana Bravi del “Centro Studi sulla Romandiola Nord Occidentale” e lo storico ravennate Paolo Cavassini che ha introdotto l’incontro. Incontro che è cominciato con il ricordo delle figure dei lughesi Silvestro Gherardi, professore di Fisica all’Università di Bologna, Ministro della Pubblica Istruzione negli ultimi giorni dell’esperienza repubblicana, e Giacomo Manzoni, umanista e bibliofilo, Ministro delle Finanze e impegnato in disperate missioni diplomatiche a Parigi e a Londra nel tentativo
di salvare la Repubblica. Cavassini ha concluso il suo intervento, ricordando, cosa non nota a tutti i lughesi, che lo scienzato Gherardi e il letterato Manzoni furono i primi ad entrare nel marzo del 1849 negli archivi della Santa Inquisizione e poterono per primi leggere e studiare gli atti di uno dei più importanti processi della Storia del mondo occidentale come quello a Galieo Galilei. Marco Severini ha poi iniziato il suo intervento mettendo subito in evidenza la modernità dell’esperienza repubblicana nella Roma del 1849. “La Repubblica romana è, non solo un episodio estremamente moderno ed attuale nella vicenda della nostra storia contemporanea, ma è soprattutto un momento che ci insegna una cosa importante, che noi oggi per larga parte abbiamo smarrito; cioè il senso di responsabilità civile. E ancor di più, quanto, determinate fasi della nostra storia, possano essere contrassegnate da una caratteristica generazionale. Se uno stato infatti può contare su un contributo fattivo, concreto, non retorico, da parte dei giovani, è uno stato destinato a un futuro migliore; se invece i giovani restano avulsi, lontani dalla scena
pubblica e dalle responsabilità civili e politiche, le cose non possono andare che male.” Severini si è poi a lungo soffermato sulla figura di Giuseppe Mazzini, sulla sua controversa figura di statista e in particolar modo sul suo ruolo di educatore per tutta una generazione di futuri italiani al senso di nazione e di libertà. Tante poi in finale di serata le domande del pubblico e a proposito della ricorrenza del 150° anniversario della nostra unità nazionale, Severini ha così concluso: "Questa è sicuramente una ricorrenza importante, nonostante i rischi sulle derive retoriche e celebrative che indubbiamente si possono correre. Meglio quindi “ricordare” e non “celebrare”, sapendo che certamente il 17 marzo del 1861 non è nata l’Italia migliore, ma forse l’unica empiricamente possibile in quei tempi difficili. Ma altrettanto sicuramente possiamo dire che è comunque meglio un’Italia unita, piemontesizzata sotto il regno dei Savoia che la perpetuizzazione dello Stato Pontificio, del Regno delle due Sicilie e della atavica divisione dei tanti stati del nord Italia.” 

giovedì 3 marzo 2011
Il "video" delle letture della Gerusalemme...
Maratona Letteraria
Sabato 26 febbraio 2011
LA GERUSALEMME LIBERATA
di Torquato Tasso
Associazione Culturale ENTELECHIA
Via Quarantola, 32/1 - LUGO
Canto XII - "La morte di Clorinda"
ottave 47 - 70
lettore: CARLO VISTOLI
http://www.youtube.com/watch?v=bMEbFa4I5TE
Canto XX - "La battaglia finale"
ottave 28 - 30
lettore: LUIGI SEBASTIANI
http://www.youtube.com/watch?v=YMwfikpFsi4
Canto XX - "La battaglia finale"
ottave 50 - 52
lettore: CARLO PASI
http://www.youtube.com/watch?v=GGuS_8zf_1I
mercoledì 2 marzo 2011
"Epici lettori liberati dalla Gerusalemme" di IVANO NANNI
Sulla Maratona Letteraria dedicata alla "Gerusalemme Liberata" di Torquato Tasso di sabato 26 febbraio presso "Entelechia"
Dice Flaiano nel - Diario degli errori - "Oggi i capolavori hanno i minuti contati”.
Questo era uno dei tanti aforismi di un genio della classicità contemporanea che fotografò il passato appena trascorso in una costellazione di epigrammi che sembrano rifiniti nella fucina di un orefice tanto sono perfetti, è come se Benvenuto Cellini avesse cesellato racconti nell'interno di un anello e l'avesse regalato al primo che passava per strada con la generosità tipica di chi può
sperperare perché possiede quello che gli serve in abbondanza. Prendendo per buona l' osservazione del genio romano Ennius Flaianus, epigrammista latino, come un giornalista inglese credeva davvero che fosse Ennio Flaiano, si può dire che il panorama letterario è un grande cimitero di libri che non hanno passato la soglia del primo respiro, e quelli che hanno sfondato con un vagito il cielo del successo sono morti subito dopo per la fatica. Dunque non ci si può addentrare nella lettura dei contemporanei se non si è adusi ad andare per cimiteri come monatti a seppellire prove letterarie appena nate ma talmente malformate da perire per anossia da piccolezza congenita. Tuttavia anche nei più disillusi nasce a poco a poco la speranza di imbattersi in un alto e perfetto cipresso, che solo si eleva sulla bassa vegetazione sulla quale fa
ombra con la sua punta immensa, ed è di un'altezza tale che tutte le tombe che gli stanno vicino non prendendo luce si adombrano di un lieve strato di muffa. Disperando di trovare letture con le quali soddisfare la nostra sete di assoluto, ci si affaccia con devozione alle reliquie dei santi che giacciono immortali poco lontano dal cipresso, in una cappella sfavillante di luce che colpisce gli occhi come la spada dell'eroe coglie il cuore dell'avversario penetrando tra le lamine della lorìca. È il gusto per la battaglia e per l'estasi della vittoria, è il sentire che l'eroe muore nella grazia di Dio combattendo per la sua gloria che ci eleva sulla nostra quotidianità. È il sentirsi avvolti in una lingua che nessuno può più parlare che rende leggero l'impegno che spinge i lettori ad accendere la lampada del leggio e far rivivere la magia della vita e della morte per amore. Si le
ggono, dunque, le molteplici voci del poeta, che mette in versi i nostri sentimenti, essendo il poeta uomo geniale e di sentimenti comuni nello stesso tempo, sentimenti che fatalmente non sappiamo più raccontare con tanta grazia e perfezione, per mancanza di tempo, ordine e gusto, e forse anche per troppo cinismo. Senza paura di diventare manieristi, dovremmo cercare di scavare la fossa al cinismo di questa epoca con l'umorismo che è incluso nel dire ora, in questo periodo storico, “ o belle a gli occhi miei tende latine “ e concederci l'opportunità di essere inattuali per essere sempre di più dentro ai sentimenti che ci fanno dire siamo umani, e meglio ancora, umanisti.
di IVANO NANNI






martedì 1 marzo 2011
Il calendario di Marzo 2011
Saranno sei gli incontri di Caffè Letterario nel mese di Marzo. Si comincia venerdì 11 con un bel romanzo di Paolo Ruffilli (rinviato a lunedì 21 marzo) sulla vita dello scrittore e garibaldino Ippolito Nievo. Di grandi scrittori italiani si parlerà anche con Eraldo Affinati con il suo ultimo lavoro “Peregrin d’amore” e con Anna Folli che presenterà un epistolario di Grazia Deledda di cui ha curato la pubblicazione. Torna poi la poesia dialettale a Caffè Letterario con il libro d’esordio di Paolo Gagliardi e in fine ricordiamo le due conviviali del mese. La prima con le divertenti “Letture al Buio” dedicate questa volata al grande Cinema e infine, come ultimo appuntamento del mese quella, con il lughese Gianni Golfera che in una serata spettacolo, ci dimostrerà le sue prodigiose capacità mnemoniche.
Ecco il programma in dettaglio:
Sabato 12 marzo, ore 16.30
In collaborazione con Università per Adulti di Lugo
Aula Magna del Liceo Classico
PAOLO GAGLIARDI
“E’ viaz dl’anma”
(Faenza, Tempo al libro, 2011)
Introducono Giuseppe Bellosi e Matteo Fantuzzi
Sarà presente l’autore
E' stato bello in questi ultimi due anni vedere la crescita di Paolo Gagliardi, passare dalla prima lettura dei suoi testi al libro. Certamente due punti hanno contribuito alla sua realizzazione, da una parte la volontà nel leggere, conoscere, apprendere, capire la poesia italiana e in lingua dialettale contemporanea, dall'altra il suo affidarsi alle mani esperte e competenti di Giuseppe Bellosi, uno dei maggiori autori che oggi la Romagna può vantare. (dalla prefazione di Matteo Fantuzzi)
Mercoledì 16 marzo, ore 21.00
Sala Conferenze Hotel Ala d'Oro
ANNA FOLLI
presenta il libro di
Grazia Deledda
“Amore lontano”
(Milano, Feltrinelli, 2011)
Introducono Marcello Savini e Marco Sangiorgi
Sarà presente la curatrice
Attraverso le lettere che Grazia Deledda scrisse al giornalista Stanislao Manca dell’Asinara (il gigante biondo), Anna Folli, italianista all’Università di Ferrara ricostruisce questo epistolario, in gran parte inedito, che è nella sua drammatica tensione emotiva un grande romanzo d'amore, o meglio il martirio di un romanzo d'amore impossibile. È la storia di una donna che sta coltivando il suo enorme talento, ma viene come sorpresa dall'aggressione del desiderio, dell'attrazione, dalla lucentezza rapace di "occhi tigreschi" che tornano e ritornano anche nella sua opera.
Sabato 19 marzo, ore 20.30
Sala Conferenze Hotel Ala d'Oro
Serata Conviviale
Letture al buio
“Cinema, Cinema, Cinema…”
Il piacere di leggere ad alta voce
€. 20,00 per persona bevande incluse
Prenotazione obbligatoria
Leggere è un piacere, e leggere insieme a tavola è un piacere doppio, anzi... triplo. All'insegna di questa consapevolezza, proseguono nel ristorante dell'Hotel Ala d' Oro le letture al buio, divertenti occasioni conviviali in cui i partecipanti saranno invitati a leggere, in coppia con un lettore sorteggiato fra i presenti, un brano tratto dalla sceneggiatura di un film più o meno famoso. Il gioco starà nel capire di quale film si tratti e nel rivedere poi il brano originale sullo schermo giagante della sala. I premi saranno ovviamente libri.
Lunedì 21 marzo, ore 21.00
Sala Conferenze Hotel Ala d'Oro
PAOLO RUFFILLI
“L’isola e il sogno”
(Roma, Fazi Editore, 2011)
Introduce Patrizia Randi
Sarà presente l’autore
Attraverso le vicende biografiche di Ippolito Nievo, scrittore e garibaldino, questo romanzo conduce il lettore nel cuore del Risorgimento, dalla spedizione dei Mille alla proclamazione del Regno d'Italia.
Quella di Nievo fu una vita breve: la penna di Paolo Ruffilli ne rievoca passioni romantiche, esperienze letterarie e avventure politiche, nonché la morte tragica, realizzando un inedito ritratto a tutto tondo di un protagonista dell'Ottocento che appare uomo e scrittore di straordinaria modernità.
Venerdì 25 marzo, ore 20.30
Sala Conferenze Hotel Ala d'Oro
ERALDO AFFINATI
“Peregrin d’amore”
(Milano, Mondadori, 2011)
Introduce Marco Sangiorgi
Sarà presente l’autore
Cosa significa essere italiani? Eraldo Affinati lo chiede a Dante e Petrarca, Boccaccio e Leopardi, Campana e Fenoglio. Pellegrino nei luoghi della nostra letteratura, trasformati e resi quasi irriconoscibili dalla modernità, gli accadono le avventure più incredibili. Finché, raggiunta la tomba di Mazzini a Genova e quella di Garibaldi a Caprera, lascia intendere che senza i nostri grandi autori, troppe volte dimenticati, ma altrettanto spesso ancora ben vivi, dichiararsi italiani non avrebbe senso.
Mercoledì 30 marzo, ore 20.30
Sala Conferenze Hotel Ala d'Oro
Serata Conviviale
GIANNI GOLFERA
“Il grande libro della Memoria”
(Milano, Mondadori, 2011)
Sarà presente l’autore
€. 20,00 per persona bevande incluse
Prenotazione obbligatoria
Una serata spettacolo dedicata alla “Memoria” con il lughese Gianni Golfera. Studiato dalla NASA e dal MIT di Boston, Golfera, che ha memorizzato parola per parola 261 libri, sostiene che avere una memoria eccezionale non è una questione genetica. Quindi anche chi non sa mai dove ha messo le chiavi e chi dimentica i nomi dopo pochi minuti può acquisire una memoria prodigiosa. Come? Applicando le tecniche e i segreti del “metodo Golfera” spiegati in questo libro.
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