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Sala conferenze - Hotel Ala d'Oro

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domenica 18 giugno 2023

"La storia e le materie umanistiche assediate dalla barbarie" di IVANO NANNI

Sull'incontro di venerdì 16 giugno 2023 con Mario Lentano che ha presentato il suo ultimo saggio "Bruto. Contro il tiranno" edito da Il Mulino.

Arriva l’estate e il Caffè Letterario di Lugo se ne va in vacanza a riposare e a meditare sulla stagione prossima. Il caffè dunque prende congedo dal suo pubblico, ma non prima di avere dedicato la chiusura stagionale a uno storico e latinista, Marco Lentano, che ha presentato il suo ultimo studio dal titolo Bruto, contro la tirannide...dunque un libro di storia romana antica che narra la storia di un “poco dotato” ingegno, Bruto, al quale nessuno concederebbe la mano della propria figlia per troppa stoltezza e che invece si mostra abile lettore di metafore e di doppi sensi. Bruto, Lucio Giunio, abilmente nasconde la propria sagacia sotto le mentite spoglie del servo sciocco e diventa l’esecutore finale della monarchia diventando il primo console della Repubblica esiliando gli ultimi re di Roma, rei di tirannia e di insipienza. Interpretando i segni del dio obliquo, Apollo, e i responsi della Pizia, si rende degno di essere colui che inizierà una nuova era per Roma. Cinque secoli dopo, un altro, Bruto, Marco Giunio, si renderà responsabile di un altro sovvertimento quando la sua lama entrerà insieme a molte altre nel corpo del divo Cesare, forse il più esemplare proto tiranno della storia, per difendere quella Repubblica che Lucio Giunio aveva inaugurato. Un grande libro di storia antica, di fluente lettura, che si spera catturi anche le menti che si fanno beffe della storia e preferiscono le storielle che si reggono solo sul presente ignaro di tutto il resto. La storia e le materie umanistiche sono assediate dalla barbarie, all’insaputa di molti si sta compiendo un genocidio di materie ritenute “inutili”. Ebbene, la filosofa Agnes Heller, disse a questo proposito, che vale la pena imparare quanto più e possibile dalle materie inutili, grazie alle quali si potrà fare di tutto, mentre studiando solo quelle utili si faranno solo piccole cose. La citazione è a memoria. Lei l’ha detto molto meglio.

martedì 11 aprile 2023

"Lugo, Lugo, Lugo di Romagna" di MAURO BALBONI

Mauro Balboni è stato ospite del Caffè Letterario di Lugo venerdì 24 marzo 2023 per presentare il suo romanzo “Il pianeta dei frigoriferi" edito da Scienza Express.

Si è alzata all’improvviso dalle pianure della memoria, come il suo celebre aviatore. La mia Lugo diventa subito un crocevia di pensieri. La rocca estense mi riconduce a mio padre e alla sua famiglia ferrarese, smembrata dopo il 1938, di cui so quasi nulla, ai viaggi di giornate intere nella nebbia negli anni ’60 a trovare l’unica zia, delle tre totali, con cui abbia mai avuto contatti. E gli eroi delle “grandi” guerre (ma come può una guerra mai essere “grande”?) italiani mi riportano alla mia Bolzano, dove sono nato e cresciuto, ai vinti che italiani non volevano diventarlo, alla nonna materna che rimproverò sempre a mia mamma di averne sposato uno. Lugo delle memorie. Lugo della Storia e della mente. E tutto intorno la grande pianura, la terra fertile dove si vede che l’Italia è ancora (per quanto?) un grande produttore di cibo. La terra che immaginavo in un laboratorio di Agraria dell’Alma Mater, 45 anni fa. Mi sento quasi "tornato" in un posto dove non ero mai stato. Possibile?
Poi la sera. Bella gente nei bar, quel bel modo di vita che ho perso negli anni in giro per l’Europa dove i bar chiudono alle diciannove. Il Caffè Letterario è una vera e bella sorpresa. Si respirano storia e letteratura ma la sala è piena di tanta gente che si appassiona alla farina di grilli e al cambiamento climatico che cambierà anche le nostre abitudini alimentari. Tante persone che vogliono sapere e capire. Sono stato a presentare libri in sale storiche di palazzi medievali, in atelier d'arte a due passi dal Duomo di Milano e sui sagrati di chiese rinascimentali: ecco, il Caffè di Lugo gioca nella stessa lega. Devo affrettarmi a finire il nuovo libro, e meritare il prossimo invito. Arrivederci, Lugo! (quella vera, non quella delle memorie).

domenica 2 aprile 2023

"I poveri sono stanchi di fare i poveri" di IVANO NANNI

Sull'incontro di venerdì 24 marzo 2023 con Mauro Balboni che ha presentato il suo ultimo saggio "Il pianeta dei frigoriferi" edito da Scienza Express.

Anni fa molti politici quando parlavano dei paesi poveri, inevitabilmente africani e asiatici, li descrivevano come “i paesi in via di sviluppo”. Ora che quei paesi stanno uscendo, almeno in parte, dalle loro condizioni di sottosviluppo temo che li si guardi con sospetto.
Il libro presentato ieri sera al caffè letterario, il Pianeta dei frigoriferi, è evocativo di scenari piuttosto complicati sia economici, sia di sistema produttivo globale, che impattano sui nostri equilibri, anche psicologici, in maniera sostanziale. Da esperto di agroalimentare, l’autore Mauro Balboni molto eloquentemente ha evidenziato come una vera e propria rivoluzione stia accadendo sotto i nostri occhi da quella parte del pianeta che si considerava un bacino di povertà e arretratezza costantemente bisognoso di aiuti economici, in deficit di ossigeno monetario, lontanissimo dal raggiungimento di un’idea di prosperità rappresentato, ai loro occhi, dal nostro stile di vita. Per quella fetta di umanità raggiungere quello standard era qualcosa di chimerico, che solleticava la nostra vanità, e ci aiutava a considerarci depositari di un unico pensiero vincente. Ed era augurabile, almeno a parole, che tutti ci copiassero, ma la speranza era che gli scenari non mutassero sostanzialmente. Qualcosa di grande invece sta cambiando e anche rapidamente. Nuovi equilibri si stanno formando e non saranno indolori.
L’accesso al credito di centinaia di milioni di persone, lo sviluppo economico tumultuoso e la fame di benessere, oltre a quella di cibo avranno ripercussioni epocali, come sono stati tutti i grandi assestamenti geopolitici nel corso della storia, e non saranno privi di violenze, di divieti, di sabotaggi e di tutte quelle astuzie atte a mantenere i propri livelli di benessere.
I frigoriferi del titolo sono il simbolo di una condizione di povertà in via di superamento. Noi lo sappiamo bene fin dagli anni ’60 circa. Possedere un frigorifero aveva lo stesso significato del salvadanaio, era un forziere dove il cibo veniva disposto ordinatamente nei ripiani di plastica lucida, qui era mantenuto e si programmava quello che si sarebbe mangiato nel giro di qualche giorno o di una settimana. I produttori di frigoriferi saltavano dalla gioia per le richieste e immagino che anche adesso saranno felici di come il mercato si sia aperto. Quello che si prospetta, probabilmente per i prossimi decenni, sarà una transizione in cui non solo la filiera agroalimentare sarà coinvolta ma tutto uno stile di produzione che va dall’industria pesante, all’edilizia, all’allevamento, (i grilli?), all’agricoltura. Molte domande in vista e nessuna risposta certa.


sabato 4 marzo 2023

"Tempi sbilanciati" di IVANO NANNI

Sull'incontro di venerdì 3 marzo 2023 con il politologo Alessandro Colombo che ha presentato il suo ultimo saggio "Il governo mondiale dell’emergenza" edito da Raffaello Cortina.

"Tempi sbilanciati" di Ivano Nanni

Avvertenza: queste che seguono sono solo delle impressioni estemporanee sulla serata, non sono una recensione e meno che mai una critica. Sono poco più di suggestioni che si sono formate nel corso della serata e poco dopo. La lettura del libro molto articolato e complesso richiederebbe un seminario a parte.
Credo si possa dire che, con la presentazione del libro di Alessandro Colombo, -Il governo mondiale dell’emergenza-la confusione su l’attuale contesto politico si sia rarefatta, ma l’apprensione si sia solidificata.
Il quadro politico odierno, nazionale e internazionale, soggetto alle vaste e caotiche pennellate di una propaganda stressante, nelle parole di Colombo, ha trovato una dimensione critica e una figurazione lineare di concetti, dove le coordinate storiche e politiche erano ben visibili e direi condivisibili. All’inizio di questo millennio è cominciato lo smantellamento di quelle certezze che nel decennio precedente furono la base ideologica di un’affermazione economica e politica che nelle previsioni andava oltre la storia e si collocava ottimisticamente fuori dal tempo cronologico.
Fu Francis Fukuyama che decretò l’inizio di questa certezza dopo il crollo del Muro e la fine del comunismo, con un articolo-La fine della storia-, che travalicò i confini della rivista nella quale fu pubblicato e divenne virale. Il titolo mutò rapidamente in uno slogan ancora in uso, che rivelò al mondo occidentale in modo trionfale una nuova età dell’oro imperitura. Tutti i nemici erano sconfitti, le minacce comuniste sventate, le economie mondiali rifluenti nel grande alveo del liberismo, i competitori falliti. Poi, forse per una nemesi che implica forze che vanno al di là della comprensione umana e si presentano come ineluttabili forze di un destino primigenio, il nastro della storia di riavvolse con stridori e balbettii in una contorsione minacciosa, e con l’inizio del nuovo millennio il sogno perde la sua lucentezza e diventa un torbido incubo. Con l’attacco alle Due torri, si spezza il filo della narrazione positivista e svanisce la matrice di pacificazione(la pax americana) e si entra in una narrazione mitica, tolkieniana; il Bene e il Male che combattono la loro guerra da tempi immemorabili, le torri che crollano, il regno di mezzo( Europa?) minacciato da forze oscure che di volta in volta cambiano maschere e assumono sembianze diverse, le rivalità giganteggiano sempre sull’orlo di un massacro in una sorta di maledizione millenaristica. Le conseguenze di questa divaricazione manichea sono uno stato di fibrillazione costante che destabilizza analisi e opacizza il pensiero critico senza distinguere più tra nemici veri e sagome di cartone. Per una mente divisiva la scalata vertiginosa verso la prevenzione e la sorveglianza, per quanto paranoica sia, è sempre di più accettata come l’unico paradigma securitario possibile, tagliando fuori la possibilità di dialogo e di intervento diplomatico.
Che le Superpotenze stiano affilando le lame è sotto gli occhi di tutti, che preparino le loro piattaforme belliche è un dato che si sta consolidando nell’opinione pubblica molto rapidamente, che si stia andando verso la modellazione di un nuovo ordine mondiale è pure vero. Resta il fatto che si sta allargando la base del sospetto e della minaccia presunta ma letta come vera, e sulla base di questo fenomeno di cartone si rischia di provocare qualcosa di terribilmente reale. È questo il peso specifico dell’apprensione di cui accennavo nella prima riga.
Sul palcoscenico della Storia non c’è più un solo attore a recitare il suo monologo, altri, che prima erano comparse o servi di scena chiedono di mostrarsi al pubblico con la loro parte che hanno da tempo imparato a memoria, vogliono legittimamente prendere anche loro gli applausi del pubblico. Si tratta allora di accettare una regia condivisa e prima si fa e meglio è. L’ultimo commento è contenuto in un punto interrogativo. Cosa ci riserva il domani? Dove si arriverà non è dato saperlo, nessuna previsione è possibile, gli eventi evolvono con rapidità e la navigazione è incertissima. Probabilmente solo un mago potrà vedere in un palantir quello che avverrà, ma qualunque cosa sia dispiacerà a qualcuno. In ogni caso, per quanto mi riguarda mi incoraggia credere che spesso l’inevitabile non si avvera, ma quello che avviene è, per grazia divina, l’imprevedibile.

sabato 25 febbraio 2023

"34 o 36" , di GUIDO BARBUJANI

Era cominciata verso sera, ma alle undici, quando siamo sbucati da via Matteotti, la nevicata era diventata una bufera. Illuminati dai riflettori, in alto sulla piazza, i fiocchi di neve giravano in cerchio come se li avesse presi il vortice di una turbina. Molti venivano giù, ma molti altri, capricciosamente, tornavano in su, decisi a farne di tutti i colori pur di non posarsi. L’obelisco, bagnato, liscio, luccicava nel buio come una scultura di Brancusi. Così alto e immobile, in mezzo al cataclisma, sembrava un faro: un faro bianco a sorvegliare, o forse a proteggere, più in basso, con un pollice in tasca, anche lui marmoreo e incurante, Francesco Baracca.
“Ah, ma lui ne ha viste tante,” ha commentato il maestro, stringendosi con la mano il colletto del paltò, là dove latitava l’ultimo bottone. Avevamo cominciato ad attraversare la piazza, e il vento, maligno, ci prendeva d’infilata.
“Una volta, con un tempo così, quello là”, diceva adesso il maestro, il pollice a indicare Francesco Baracca, come se non volesse nascondergli che si parlava di lui, “con un tempo così si è alzato in volo, pensa: con quegli aeroplanini di tela, quei trabiccoli che stavano insieme con lo sputo”.
“Con lo Spad,” ho detto io, per far vedere che mi ero documentato.
“Sì, forse,” ha detto il maestro, “ma forse era ancora il Macchi, come si chiamava? Il Nieuport, quello che aveva prima. Ma insomma, Spad o non Spad, basta guardarli e si capisce che ci voleva del fegato solo a salirci su, su quei trabiccoli. L’hai visto? Sei stato al Museo?”
Non c’ero stato, non gli ho risposto, non ci ha badato. Quando attaccava a raccontare, il maestro, era difficile che smettesse prima di un quarto d’ora.
“Un coraggio da leone”, ha confermato. “Per questo poi erano tutti pieni di cocaina”.
Si è girato per vedere se aveva fatto colpo, ma ero tutto imbacuccato e non l’ha capito.
“Dico sul serio. Allora usava così, non c’era mica niente di male. Per il freddo. Potevano mettersi due, tre maglioni sotto il giaccone di cuoio, ma là per aria, senza carlinga, si moriva di freddo comunque, se non tiravi un po’ di coca. D’Annunzio, anche lui, che poi gli ha fatto l’elogio funebre…” Non ha concluso la frase, non voleva perdere il filo. “Insomma, saprai che si discute di quanti aerei abbia tirato giù, Baracca. Ufficialmente sarebbero 34, ma noi qua al Museo abbiamo scritto 36, e secondo me abbiamo anche fatto bene. Ci sono dei casi dubbi, non sempre i resoconti coincidono.”
Intanto avevamo raggiunto il pavaglione e lì, al coperto, scrollata la neve dai paltò, ci siamo fermati a guardare la notte. Sarà stato l’effetto dei riflettori, ma adesso il cielo sembrava giallo, con delle macchie più opache, qua e là, che si muovevano in fretta. In tutta la grande piazza, sotto il portico, e da qualunque parte ci girassimo, non si vedeva nessuno: solo noi a tirar su col naso, e il monumento di Baracca a gambe larghe a sfidare la neve. Il maestro era senza accendino e si è fatto prestare il mio. In due tiri è arrivato a metà della sigaretta, e poi ha riattaccato, tirandomi per la manica e gesticolando all’indirizzo del monumento quando necessario.
“L’ha raccontata a mio nonno, questa storia, uno che c’era: un meccanico, di Bagnacavallo. Immaginati un giorno come questo, un tempo da lupi: neve fitta, raffiche di vento e nubi basse. Roba che neanche la guerra riusciva a andare avanti. Forse si erano gelati tutti i cannoni, non si sa, ma non sparava nessuno. C’era un silenzio, dice, un silenzio… Fatto sta che per quel giorno avevano capito che non ci avrebbero lasciato la pelle, e così al campo di aviazione, dalle parti di Treviso mi pare, se ne stavano tranquilli; qualcuno chiacchierava, si scaldavano il caffè. A un certo punto però sentono un ronzio, su per aria. Alzano gli occhi, non vedono niente. Era un aereo, ma chissà dov’era: con tutto quel bianco non c’erano punti di riferimento, e anche i suoni arrivavano ovattati: un po’ sembrava di avercelo proprio sopra, un momento dopo che fosse lontano. Insomma, restano un pezzo col naso per aria, è quello, non è quello. E alla fine sì, lo vedono spuntare dalle nubi, solo per un attimo, e poi sparire di nuovo. Però non andava via, si sentiva che continuava a girargli sulla testa. In quella zona c’era un solo campo di aviazione italiano, il loro; quella mattina nessuno era stato così matto da alzarsi in volo, e per che cosa, poi? Insomma, era per forza un aereo austriaco, o forse tedesco, e siccome non si vedeva niente, non si poteva neanche dire che stesse facendo un volo di ricognizione. No: era lì solo per un motivo, per fare lo spaccone: e bravo l’austriaco. Una bravata pericolosa, però, pericolosissima: con la tormenta che c’era, con la visibilità che c’era, tornare giù per terra senza rompersi l’osso del collo non era mica facile. Sono lì che commentano questa cosa, questo gesto spavaldo e inutile, quando arriva Baracca. Guarda in su, non dice niente; va nel capannone – oggi diremmo hangar, ma quello era, un capannone – torna indietro con un mazzo di scope; le mette in mano a quelli che c’erano, e quindi anche a quel meccanico di Bagnacavallo amico di mio nonno, e gli dice che adesso devono ripulire la pista perché a lui quell’austriaco gli ha fatto venire il nervoso. Gli fa segno col mento di andare e si accende una sigaretta. Loro naturalmente non ci credono, ma dai, con questo tempo? Che non si vede da qua a là? Ma quando Baracca si metteva in testa una cosa, non c’era verso di fargli cambiare idea. Via ragazzi, trottare. E loro a dirgli ma guarda che di matto ce ne basta uno al giorno e per oggi c’è quello là, che bisogno c’hai di andar su anche tu, vedrai che si ammazza da solo. Ma lui niente, non li stava a sentire. Si era fatto dare una sciarpa – di seta! Con quel freddo! – e se l’avvolgeva intorno alla testa mentre quelli, coi badili perché le scope non servivano a niente, gli ripulivano un pezzo di pista in modo che potesse decollare, ma sempre protestando e tornando indietro ogni cinque minuti per dirgli che gli aveva dato di volta il cervello. Dicevano così, ma intanto erano anche tutti inorgogliti. Eh sì, perché ci mancherebbe, lavorare per un asso come Baracca, anche quando dà di matto; anche solo avergli pulito le scarpe o, nella fattispecie, la pista, era una cosa che dopo te la rivendevi per tutta la vita, in piazza la domenica e nelle osterie tutti gli altri giorni: era come essere il panettiere di Nuvolari, il dentista di Pantani, capisci? Insomma, com’è come non è, alla fine tirano fuori l’aereo dal capannone. Devono versarci sopra dell’acqua bollente perché tutti i marchingegni si erano gelati, però spingi una volta, spingi due, spingi tre, al decimo tentativo il motore si accende, l’elica gira, e via, Baracca si tira giù gli occhiali e dopo un attimo, sbandando a destra e a sinistra per i colpi di vento, oplà!, anche lui sparisce dentro alle nuvole. Non ti dico l’agitazione. Da terra si sentivano i motori, sembravano due vespe in quel silenzio: due vespe dispettose e vendicative, e ogni tanto sembrava che si avvicinassero, poi invece si capiva che si stavano allontanando. E tutti con la testa in su a sperare di vederli spuntare, e in effetti dopo un po’ è successo, si apre per un attimo uno squarcio fra due nubi, passa qualcosa, e tutti a urlare: È lui, è Baracca!, e poi sparisce, ma un attimo dopo nello stesso squarcio compare l’altro aereo, sta correndo dietro a quello di prima, e subito tutti cambiano idea, e si mettono a urlare ancora: È lui, è Baracca!, solo che se Baracca era quello non poteva naturalmente essere anche quello di prima. Ma soprattutto aspettavano, diceva quel meccanico di Bagnacavallo amico di mio nonno, di sentire le mitragliatrici, perché un conto è volare nella tempesta di neve in condizioni atmosferiche proibitive, e un conto è volare nella tempesta di neve, in condizioni atmosferiche proibitive, con uno che ti spara addosso. C’è voluto un bel po’, e intanto gli aerei erano riapparsi e scomparsi un tre o quattro volte, traballavano come scialuppe in una mareggiata, e ogni volta nessuno poteva dire con sicurezza quale era Baracca e quale l’austriaco, e tutti a mordersi le labbra e a pensare a lui là per aria in mezzo al fumo, alla neve, al niente… Fatto sta che di punto in bianco, ecco, si mettono a sparare, due raffiche neanche tanto lunghe, e poi altre due; e adesso sì che un aereo lo vedono bene, col cuore in gola vedono spuntare dalle nuvole un aereo che vola sempre più basso, sarà lui non sarà lui, e dal motore gli esce un filo di fumo, un filo che però s’ingrossa, s’ingrossa, e quando gli passa sopra la testa vedono le croci uncinate sotto le ali, e poi l’aereo si infila in un banco di nebbia e non se ne sa più niente”.
Il maestro, che mi ha quasi strozzato tirandomi la sciarpa nei momenti più emozionanti, adesso fa una faccia strana, sorride e fa segno di sì come se al posto mio ci fosse Francesco Baracca, col chepì e i baffetti, e fosse il momento di congratularsi. Poi però cambia espressione, fa segno di no con la testa, si rattrista.
“Solo che nessuno ha mai saputo che fine ha fatto quell’aereo là. Nessuno, almeno fra gli italiani, l’ha visto cadere, anche se non potevano esserci dubbi, conciato così non era andato lontano. Ma il bollettino austriaco non ne ha parlato, gli osservatori dai palloni frenati non hanno visto niente, anche se ci sono voluti due giorni perché finisse la nevicata, e intanto chissà… Ecco perché non si sa bene quante siano state le sue vittorie, di Baracca. C’è chi dice 34, noi qua questa la contiamo e anche un’altra, e diciamo 36; magari saranno state anche di più. Se non c’erano le prove, la vittoria non te la davano, non contava. A quell’epoca Baracca aveva vinto diciannove duelli; gli avrebbe fatto proprio piacere arrivare a venti, fare cifra tonda. Ma l’ha capito subito, lui, che quel gesto di coraggio folle non avrebbe contato in nessuna statistica ufficiale: sarebbe stato solo… un regalo, ecco: un regalo per loro, per i pochi testimoni, per dargli qualcosa da raccontare da vecchi, a chi non si era ancora stancato di ascoltarli. L’ha capito subito e quando è tornato giù, e non ti dico come ha fatto perché anche questa sarebbe una storia da mezz’ora; quando ha toccato terra e gli sono corsi incontro a fargli festa, e gli hanno dato un bicchiere di cognac, lui li ha guardati tutti, poi ha guardato in silenzio verso le linee austriache, dove la neve faceva mulinelli, dove dell’aereo nemico non c’era traccia, e ha scosso la testa”.
Si sentono dei passi dall’altra parte del portico, una figura intabarrata fila via, sparisce subito. Il maestro tira su col naso. Si è tanto agitato e adesso sembra più stanco di Baracca al ritorno dal volo. “Sai”, mi spiega prendendomi sottobraccio e incamminandosi finalmente verso casa, “tutti a quel punto pendevano dalle sue labbra. Erano tempi così, ci voleva sempre una bella frase patriottica, a effetto, da stampare sulla Domenica del Corriere, con l’illustrazione di Beltrame, in modo che poi tutti l’avrebbero ripetuta agli amici, ai figli e ai nipoti”. La nevicata adesso è meno fitta, forse fra un po’ smette. Ci allontaniamo dalla piazza, piano piano. “Ma lui, Baracca, zitto. Guardava nella nebbia, tirava su col naso, un po’ per la cocaina, un po’ perché si sentiva ancora puzza di bruciato, ma era una puzza non documentabile, non sarebbe servita a niente. Adesso a te sembrerà strano, se hai visto le sue foto, sempre elegantissimo, col foulard bianco sotto il colletto dell’uniforme, impeccabile, mica come in questo monumento qua, che chissà perché gli hanno messo la tuta. Sì, Baracca veniva da un’ottima famiglia, sua madre era contessa: avevano la terra, avevano i cavalli; aveva anche vinto un concorso ippico, prima di scoprire gli aeroplani. E poi era diventato un asso dell’aviazione, e gli aviatori si sentivano gli eredi di Orlando e di Rinaldo, era tutto un congratularsi fra nemici, un salutarsi dopo la battaglia. Tutto questo è vero, ma è vero anche che lui era uno di qua, un romagnolo, uno di Lugo. E insomma, quel tipo di Bagnacavallo ha raccontato a mio nonno, e guarda che non scherzava, gliel’ha proprio giurato; gli ha raccontato che, quando finalmente si è deciso a aprir bocca, e tutti si preparavano a battergli le mani, e magari qualcuno aveva tirato fuori un quadernetto e la matita per segnarsi la frase storica, Baracca ha detto: Va a finire che sono rimasto su un’ora per niente come un patacca a ghiacciarmi i maroni”.



martedì 22 novembre 2022

"The music of Lugo" di WILLIAM WALL

William Wall è stata ospite del Caffè Letterario di Lugo venerdì 21 ottobre 2022 per presentare il suo romanzo “La ballata del letto vuoto" edito da Nutrimenti.

I think of Lugo as a city of music. First impressions are of the musical romagnolo voices calling, joking, greeting in the beautiful porticoes of the market square, built in the 18th century mainly for the silk-trade a subject close to the heart of what were then the rulers of the Romagna in the Vatican, or on the quiet residential streets or near the fortress of the Rocca Estense, now the centre of the the communal administration. In the evening young people congregate around the monument to the airman Francesco Baracca which, together with the Rocca, dominates the centre of town.
But there is more of music. The Teatro Rossini, built in 1759 and lovingly maintained and restored over the centuries, is a jewel among theatres. The acoustics are near perfect, the setting is like something from a period drama, the location right at the heart of the town opposite the market square. And Rossini in fact spent some years of his youth in Lugo where a little museum is dedicated to his memory. The conception of the museum is beautiful. Often museums to great writers are concentrated on artefacts – sheet music, instruments, clothes, paintings, writing desks, chairs, programmes etc. But here the concentration is on the music itself with exhibits dedicated to different pieces – overtures, arias, sonatas. In one room a person may create their own version of Rossini’s first sonata – reputedly composed at the age of twelve – by bringing the instruments in in whatever order they wish. Rossini probably began his true musical education here under the guidance of Don Giuseppe Malerbi whose library contained works by Haydn and Mozart.
But Lugo is also a town of words and of literature. At the beautiful Hotel Ala D’Oro there is a regular Caffe Letterario which over the years has hosted the most important writers from Italy and abroad. The events are extremely well-attended. The hotel itself is a piece of art, with rooms dedicated to each of the great writers and a fine art collection. Perhaps best of all, it has an excellent kitchen and dining room. Lugo is but half an hour’s drive from the beaches of the Adriatic and makes an excellent base from which to visit the mosaics of Ravenna or the  salt marshes of Comacchio or to visit the vast array of cantinas that stretch between Bologna and San Marino that make wines like Sangiovese, Albana or Trebbiano.

domenica 19 giugno 2022

"Finale di stagione" di IVANO NANNI

Sull'incontro di sabato 18 giugno dedicato alla lettura di una selezione di testi di Achille Campanile.

Ieri sera lettura collettiva di una selezione di testi di Achille Campanile, eretico tra gli eretici, considerata la poca stima che si ha per la letteratura umoristica, o forse si aveva, non so se qualcosa è cambiato in questi ultimi secoli, ma non credo. Ringrazio moltissimo Claudio per avermi assegnato la parte di Socrate, non era previsto. Doveva essere l’amico Barberini a leggerla, io ero molto più a mio agio nelle altre parti dell’usciere di redazione e del narratore, in altri due testi canonici. In ogni caso quel famoso detto socratico che mi si è imposto, so di non sapere, mi calzava perfettamente. Già ero a conoscenza di non conoscere, scusate l’immodestia, ma ribadirlo in pubblico per interposto filosofo ha alzato il livello della mia coscienza sul mio poco sapere e ne sono debitore a chi mi ha permesso di esserci. Serata senza mascherine, finalmente, sostituite solo dalle maschere di quel teatro dell’imprevedibile, dove il funambolico giocare con le parole crea una rottura degli schemi dialogici, confluendo in una diatriba letterale tra i personaggi che genera equivoci senza soluzione, e non sensi logici. La critica lo amò poco, al punto da metterlo nello stesso stallo di Ionesco o del teatro surreale, come fosse un Animale letterario anomalo in via di estinzione che non ha emuli. Emuli, no, però a tirarlo per le briglie un emulo c’è, almeno uno, e penso ad Alessandro Bergonzoni, lui davvero surreale, che s’inventa quello che non c’è manipolando la grammatica e la sintassi, simile però ad Achille Campanile, nel paradosso logico, che in Bergonzoni vola ad inventare altri mondi, e in Campanile crea un’impasse ripetitivo giocato su minimi spostamenti di senso da cui scaturisce il riso popolare. Grandi entrambi e inimitabili.


lunedì 9 maggio 2022

"Che bella serata" di ERMANNA MONTANARI e MARCO MARTINELLI

Ermanna Montanari
è stata ospite del Caffè Letterario di Lugo lunedì 2 maggio 2022 per presentare il suo libro "L’abbaglio del tempo” edito da La nave di Teseo.

Carissimo Claudio, carissime amiche e amici del Caffè letterario di Lugo, ma che bella serata!
Quanto prezioso ascolto, quanti sguardi sorridenti, quanto bisogno di comune immersione, in tempi così difficili.
Grazie al dialogo con l’amico Paolo Galletti, siamo sprofondati nella Romagna più antica, quella che ha nutrito e alimenta i nostri sogni: se restiamo legati alla superficie, no che non la incontriamo la nostra terra, ma se scaviamo, se scendiamo nel pozzo delle anime, ecco che un Atlantide scomparsa riemerge, come per incanto.
E indimenticabile la cena e l’accoglienza nella cornice raffinatissima dell’Ala d’Oro, tra confidenze e risate. Un grande abbraccio riconoscente.
Ermanna e Marco

lunedì 29 novembre 2021

"Il passato che ci attraversa" di IVANO NANNI

Sull'incontro di venerdì 26 novembre con Michela Marzano che ha presentato il suo ultimo libro "Stirpe e vergogna" edito da Rizzoli

In questo libro, Stirpe e Vergogna, di Michela Marzano che è stato presentato al Caffè letterario di Lugo, il corpo della storia personale e familiare si innesta in quello della Storia della nazione in un periodo cruciale in cui gli animi in rivolta producono sopraffazioni e violenze, disgrazie umane che sono l'humus su cui le rimozioni prendono vigore. E' un passato, quello del ventennio che in realtà non sembra passato, che rinviene baldanzoso forse perché non se n'è mai andato veramente, mai come in questo momento confuso e contraddittorio. 
Tutto parte da una scoperta che genera una perplessità inquieta, un dubbio, e da qui una curiosità, il desiderio impellente di mettere un punto fermo alla propria storia familiare.
Tutto parte da un nome. C'è quel nome assoluto, prioritario, che indulge alla devozione, e che marca un periodo che incombe nella matrice identitaria del padre di Michela: Benito, che è un nome impegnativo, ingombrante, anche retorico se si vuole, ma con cui ci si deve fare i conti.
E la curiosità parte tutta lì, da quel nome che sta in fondo a una fila di altri nomi che sono quelli di suo padre, che il nonno magistrato e fascista della prima ora, ha dato a suo figlio. E' da qui che Michela Marzano parte per fare luce su un passato che pareva incorniciato, messo a dimora, innocuo, già detto e scritto e dalla parte giusta, cioè antifascista. Scoprire invece che non c'è nulla di innocuo e che i cassetti della memoria riportano alla luce scrigni che nascondono non solo tesori ma anche un po' di fango è un lampo che produce la necessità di non dimenticare. Infatti quello che appariva come una macchia ora è storia, parte della storia della sua famiglia che non può e non deve essere dimenticato. Se l'avventura fascista del nonno è stata così cruciale ed è un'ombra sul vissuto familiare, quest'ombra non può essere respinta, questa macchia non può sparire, e di sicuro non sparisce, ma può essere circoscritta, cioè compresa in una cornice più ampia e meno intransigente come parte di una complessità mai finita. Da questo incontro, da quello che si è detto e sentito, si può capire come dalla vergogna per un passato che appartiene a qualcun altro ci si possa affrancare parlando in prima persona di quel fatto come fosse successo a se stessi, azzardando l'ipotesi che se questo diventasse paradigma di una nazione intera, forse la speranza di un cambiamento prenderebbe una via meno impervia.

lunedì 18 ottobre 2021

"Contro culto" di IVANO NANNI

Sull'incontro di venerdì 15 ottobre con Arnaldo Bruni che ha presentato il poema eroicomico da lui curato in questa nuova edizione di Clueb, “La pulcella d’Orléans” di Voltaire e tradotto in ottava rima da Vincenzo Monti.

 Nella mia poca dimestichezza con i poemi eroicomici ed epici che solo di recente ho riletto in parte, grazie alle indicazioni di alcuni amici ben più interessati di me, mi mancava, ovviamente, quel poema di cui si è parlato venerdì scorso al caffè letterario, cioè la Pulcella di Orleans, in altre parole di Giovanna d’Arco, eroina francese e madre della patria, santa e guerriera che spinge la nazione alla liberazione dall’invasione inglese. Per questa somma di perfezioni Giovanna risulta intoccabile e inattaccabile, oggetto di culto e di venerazione. La devozione che i francesi hanno per la loro ineguagliabile guerriera va oltre l’umana comprensione, si eleva oltre le vette più alte del culto religioso per cui il popolo intero si compiace di lodarne l’integrità per sempre. Una simile statuaria bellezza ed esempio di virtù, però non poteva passare indenne dalla riflessione di una mente audace, forse la più audace del suo tempo, quella mente universale che prese il nome singolare di Voltaire che da bravo iconoclasta pensò bene di ridimensionarne il culto volgendo la storia dell’eroina in parodia sarcastica. Ogni capitolo ha un tenore che volge sempre al comico, mettendo in scena anche quello che in scena non dovrebbe starci, cioè tutto quello che avviene fuori scena e che per sua natura è classificato come impudico. E sono numerose le scene in cui qualcosa di indecente accade alla pulcella che comunque si libera sempre dei suoi assalitori. Per chi conosce bene Voltaire o ha sfogliato solo poche pagine della sua opera, sa che era un esperto nella lapidazione del clero, e di ogni genere di culto, un fustigatore dei parassiti di tutte le specie e dei moralisti ipocriti, per cui non risulta difficile accettare il suo verbo in cui si manifesta gli attacchi più energici contro il potere. La presentazione del libro, tradotto di Vincenzo Monti, condotta dal curatore Arnaldo Bruni e dal professor Francesco Sberlati, ha messo in evidenza sia l’esemplarità dell’attacco anticlericale di Voltaire, e nello stesso tempo la genialità della traduzione di Vincenzo Monti, che con grande sapienza ha tradotto in ottave quelle che in originale erano rime baciate. Il risultato della traduzione è più incalzante rispetto all’originale, non c’è ombra di fiacca nei versi, anzi, quello che emerge con maggiore forza è il vigore della scena comica e del sarcasmo critico, parodia che fin dal suo apparire fu messa all’indice, e oggetto di insulti peraltro accolti da Voltaire e rimandati ai numerosi mittenti. L’opera per tanto ha attraversato tempi bui, per traduzioni frammentarie e parti tagliate che per fortuna ci vengono riconsegnate grazie al lavoro di ricomposizione di Arnaldo Bruni. Grazie anche alle letture che hanno accompagnato i commenti, ad opera di due solerti lettori come Gianni e Claudio, l’opera di Voltaire-Monti è apparsa ancora più attuale e luminosa, indicativa, a me pare, di una satira doverosa che latita dalle nostre parti purtroppo da molto, troppo tempo, e che avrebbe credo parecchio da dire in questi tempi poco decenti.

di Ivano Nanni


  

lunedì 11 ottobre 2021

"L'arte di svuotare salvadanai" di IVANO NANNI

Sull'incontro di venerdì 8 ottobre con Filippo Mazzotti che ha presentato il suo romanzo scritto a quattro mani con Paolo Bernardelli "Lo schema Ponzi" edito da Piemme.

Ci sono persone che per l’eccentricità di cui dispongono si trovano a diventare dei personaggi fuori norma, sopra o sotto le righe, che sono ammirati, un po’ temuti, e sempre additati come poco affidabili. Alcuni di questi sono semplicemente dei drop-out, marginali che hanno perso il treno per la vita sociale, che si sono rifiutati di mettersi a disposizione del perbenismo, e hanno dato credito alla loro estrosa evoluzione. I più intraprendenti non volendo vivere come persone perbene hanno spinto le loro energie per combinare qualcosa permale.
A Carlo Ponzi, nostro concittadino, che sale agli onori della cronaca giudiziaria per avere inventato e commercializzato uno schema finanziario che porta il suo nome ed è conosciuto in tutto il mondo, non verrà intitolata nessuna via, nessuna piazza, nemmeno un vicolo, non avrà nessuna lapide che lo ricordi nonostante la sua notorietà mondiale. Questo perché per essere titolari di una via si deve essere virtuosi, e Carlo Ponzi non lo era. Per molti anni vive come un qualunque vitellone romagnolo parcheggiato all’università dove ammira la nullafacenza alla quale sembra votato, spende più del dovuto, non realizza il sogno italiano, e affinché l’incubo della miseria non lo soffochi prende il largo verso l’America. Non ha niente da perdere, e non cerca lavoro, aguzza l’ingegno che non gli manca, e vede davanti a sé praterie immense che aspettano solo di essere colonizzate dalla sua intelligenza di abile speculatore. Così inizia il suo apprendistato con speculazioni su valute differenti, anche se non consentite dalla legge. Ponzi però si sente al di sopra della legge e l’aggira, mette a punto uno schema piramidale che trae il combustibile per andare avanti dall’avidità umana. Il vorticoso giro di denaro che Ponzi produce non realizza economia e nemmeno finanza, concretizza l’onnipotenza che viene dal guadagno facile con mosse truffaldine. Un’illusione che ricacciava indietro le legittime domande che molti si facevano - ma i soldi dove li investe? -
I suoi clienti furono tutti vittime di un sortilegio collettivo, della suggestione mossa da un wizard abile venditore di fumo, che garantiva benessere a chi gli dava il suo salvadanaio, di qualunque consistenza fosse, meglio se imponente. L’avidità aveva escluso dal proprio orizzonte la ragione, il buon senso comune latitava respinto dall’idea di una ricchezza favolosa che bussava alla porta. I fermenti economici di inizio secolo erano favorevoli a ogni sorta di raggiro, i soldi giravano e con loro truffatori di ogni specie di cui però si sono perse le tracce. Ponzi in questo è stato grande, il più abile a vendere la sua merce avariata e in fondo a vendere se stesso, la sua faccia, il suo sorriso di uomo d’affari. Quando qualcuno si accorse del raggiro questo strano profeta di ricchezza era già sulla passerella sospesa sul baratro del fallimento insieme ai suoi credenti. Lo schianto fu epocale e la fine è quella che è, Ponzi restò senza nulla perché sul nulla aveva fondato un piccolo impero, rovinato migliaia di vite complici della partita truccata alla quale avevano partecipato con entusiasmo. Restano comunque sospese alcune domande – perché ha continuato nella sua attività quando aveva già realizzato il suo sogno di ricchezza? – e poi perché nonostante sia palese che la piramide Ponzi sia di cartone, è ancora attiva e prospera? Alla seconda domanda si può rispondere che l’avidità umana non si prende vacanze; e per la prima credo che Ponzi si percepisse come un risolutore di disagi economici, quasi un profeta di libertà, forse gli piaceva vedere la felicità nel volto dei suoi clienti-vittime quando consegnava gli interessi di un investimento fasullo, non si vedeva come un truffatore anche se ne aveva coscienza, intercettava un’esigenza e faceva leva sulla suggestione, vendeva illusioni, in fondo è stato uno stragista di famiglie, povere e ricche, senz’altro moltissime. Non perdiamo le speranze però, titolare una via a un illustre stragista non è ancora possibile ma siamo sulla buona strada.
Ivano Nanni

venerdì 14 febbraio 2020

"Un luogo per fare anima" di DAVIDE SUSANETTI


Davide Susanetti è stato ospite del Caffè Letterario di Lugo venerdì 7 febbraio 2020 per presentare il suo libro "Luce delle Muse” edito da Bompiani.

Dialegesthai, scambiare parole e immagini fra noi, attingendo alla voce dei poeti e dei sapienti del passato, articolare reciprocamente discorsi in amicizia e in armonia, esaminando fino in fondo ciò che ciascuno sente e pensa nella propria personale e insostituibile esperienza della vita e della realtà. È questa l’essenza dell’antica pratica del “dialogo”, così come la vediamo dipanarsi nella pagine dell’opera di Platone, attraverso la figura di Socrate e di altri personaggi dell’Atene storica. Una pratica propria degli uomini “liberi” o, ancora meglio e in modo più perspicuo, degli uomini che vogliono “liberarsi” dalle catene di un’esistenza ottenebrata e inconsapevole, che non si rassegnano a vivere “da schiavi” o da “prigionieri” di ombre, pregiudizi e impulsi reattivi. Una pratica in cui l’amore della conoscenza, la philosophia nel senso più ampio del termine, è evoluzione della coscienza individuale e insieme sociale. Ed è questo, per quel che ho potuto percepire nella bella serata trascorsa insieme, lo spirito che anima, con passione intellettuale e slancio umano, il Caffè letterario di Lugo: un “luogo” per “fare anima”, come direbbe Keats, e allo stesso tempo un “luogo” per fare comunità.

giovedì 12 dicembre 2019

"Lugo, o i perimetri della Storia" di ARIANNA ARISI ROTA


Arianna Arisi Rota è stata ospite del Caffè Letterario di Lugo venerdì 22 novembre 2019 per presentare il suo libro "Risorgimento” edito da Il Mulino.

Lugo ti avvolge e ti provoca con i suoi spazi addensati nelle sue piazze contigue, sotto i portici del Pavaglione, insegnandoti un’osmosi e una permeabilità che ti parlano, molto semplicemente, della Storia italiana. Della nostra storia. In una serata prima limpida poi nebbiosa, l’ala di pietra del monumento razionalista a Francesco Baracca, la torre estense con la lapide dal forte tono anticlericale, il palazzetto delle assicurazioni bordano e marcano uno spazio pubblico incredibilmente denso che racconta di sociabilità, di mercati, di scambi. Poco più in là, il Teatro Rossini e la Biblioteca Trisi testimoniano la cultura al servizio del cittadino. Non gridata, ma praticata. L’Albergo Ala d’Oro, con i suoi ampi corridoi e gli alti soffitti del ‘700, con la sua atmosfera conferma come la passione e la selettività del suo proprietario lo abbiano saputo risemantizzare e condurre sino al nostro tempo. Tanti i tesori che si scoprono al suo interno, nei suoi ambienti ovattati, da una gigantografia della spiaggia di Cesenatico, a foto d’autore in tema di nebbia, alla galleria di ritratti degli ospiti del Caffè Letterario, sino al brano di un caustico Leopardi che lamenta la crescita smisurata del popolo degli scrittori e propone di professionalizzare la funzione di pubblico ascoltatore…Da Lugo si torna con la sensazione calda di avere incontrato delle persone sapienti e mai saccenti, disponibili a includere ospiti e visitatori nel perimetro della loro storia e nei perimetri della Storia. È un regalo oggi sempre più prezioso. Per questo, grazie di cuore a Claudio, Patrizia, Massimo e al loro sodale ravennate Paolo. 

martedì 10 dicembre 2019

"A Lugo, il piacere della scoperta" di Alessandro Mainardi (blogger)


Vi ricordate di Oodi, la biblioteca di Helsinky? Dai, fate almeno finta, ve ne ho parlato poco tempo fa [vedi articolo: Crescita e diseguaglianze, tre riflessioni]! 
Dentro ci sono 100.000 mila libri, 9 alberi e tutto è fatto in modo che chiunque passi lì davanti sia invogliato ad entrare. Il solito welfare nordico, avrete pensato. L’ho pensato anche io quando davanti alle sue foto mi sono sentito come da bambino davanti alle vetrine di Lanfranchi (per i pochissimi che non lo sapessero, è la miglior pasticceria del mondo). Beh, ho una notizia per voi: a Lugo di Romagna c’è una biblioteca più grande e più bella di Oodi. E una volta fuori non sarete costretti a mangiare la carne di renna, ma i cappelletti in brodo. Lugo è una piazza fatta paese. Anzi, sono quattro piazze così metafisiche che sembrano disegnate da De Chirico. In quella più grande c’è un’ala di aereo piantata nel granito e dietro quella più bella una biblioteca di 240mila volumi aperta tutti i giorni dalle 9 alle 19. Orario continuato. La deliziosa bibliotecaria vi sorride e vi ringrazia sempre, che chiediate Kant o l’ultimo numero di Cucito e Ricamo. Parlo a ragion veduta, ho chiesto entrambi.

Non basta. Lugo ospita un caffè letterario da far invidia a Clara Maffei, se fosse ancora viva. Sarà il vento che viene dall’Adriatico e che fa crescere i pini marittimi in mezzo alla pianura a far crescere anche le idee. A Lugo ci si capita, come è successo a me. Difficile che qualcuno ci venga apposta. E questo dona il piacere della scoperta, dell’inatteso, della meraviglia. Il viaggiatore capisce subito di essere capitato nel posto che non si aspetta appena entra nell’unico albergo di Lugo e scopre che ogni stanza ha il nome di uno scrittore e ospita all’interno i suoi libri. Scendendo per la cena – a base di cappelletti e mortadella ça va sans dire – attraversa un corridoio dove sulla parete è dipinto un pensiero di Leopardi (Pensieri, XX). Che dice così:

“Parlo del vizio di leggere o di recitare ad altri i componimenti propri: il quale, essendo antichissimo, pure nei secoli addietro fu una miseria tollerabile, perché rara; ma oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana.” (Pensieri XX) 
Non so perché ma mi sono ritrovato in queste parole ed ho pensato a quando, entrando in libreria, vedo sullo scaffale delle novità venti copie dell’ultima strenna di Fabio Volo. Che nella biblioteca di Lugo non c’è. Parlo a ragion veduta.

di Alessandro Mainardi
https://www.alessandromainardi.it/blog/


lunedì 21 ottobre 2019

"Una sera di autunno a Lugo" di DOMENICO QUIRICO


Domenico Quirico è stato ospite del Caffè Letterario di Lugo mercoledì 16 ottobre 2019 per presentare il suo libro "Che cos’è la guerra” edito da Salani.

In una sera di autunno a Lugo per parlare, ancora, di migranti, timido segno nel silenzio generale di qualcuno (la sala è colma, attenta) che pensa, si commuove, ragiona. E poi la visita, venti minuti un lampo, in una delle più scenografiche piazze d'Italia... 
Sono le 23 passate, tutto è immobile come di là da una immensa vetrina. La luce tenue ma con balzi improvvisi, il chiarore che scopre angoli, dettagli di edifici. Secoli affiancati e mai sovrapposti con un miracolo che verrebbe da pensare voluto, intensamente programmato. Passo a passo esci dall'ombra di una via di palazzi misteriosi, neppure l'aspetto cadente di alcuni mette angoscia. Poi esci nella luce spalancata del monumento a Francesco Baracca, che è come uscire da una navata di chiesa fin sotto i gradini dell'altar maggiore.  L'ala bianca dell'eroe, è in bilico su un corno di luce, cosicché leggi come scrittura i dettagli del cavallino rampante e le fiamme delle trenta e più vittorie. É lui, l'aviatore-martire, nero di bronzo, erculeo nel suo buio che scruta il cielo della notte di un nemico che non verrà più. A destra la muraglia del castello estense la cui bellezza consiste nella solidità perfetta, nella prospettiva massiccia e lavorata, a cui il giardino e gli alberi antichi tolgono l'oppressione della fortezza. La piazza si infila quasi con movimento fisico in un altro segmento.  Mi dicono, gli amici che mi fanno da guida che è frutto dell'ordine spontaneo e dell'alacrità fervida di altre piazze della città. Si infila dunque il primo rettangolo in una galleria come per morire: un caffè, negozi chiusi. Ecco, è un passaggio, si direbbe niente di più… e invece, all'improvviso, si apre il rettangolo perfetto di un settecentesco enorme chiostro. Mercato animatissimo mi assicurano gli amici che mi fanno da guida, palcoscenico di un luogo che da sempre è bancarelle, rumore, incontro, affari, negozio; ma all'aria aperta, aspetto di civiltà padana, sicura insieme e raffinata… Le cinquanta o più, non le ho contate, arcate uguali che si allontanano in quadruplice prospettiva, vuote in quell'ora, silenziose, sembrano passi fermati per prodigio con l'eco diventato di mattone e di pietra... piazza fatta per restare insieme, non per le parate e le processioni. Passano, silenziosi alcuni ragazzi neri....




lunedì 30 settembre 2019

“Lugo come Parigi” di ENRICO FRANCESCHINI


Enrico Franceschini è stato ospite del Caffè Letterario di Lugo giovedì 26 settembre 2019 per presentare il suo libro "Bassa marea” edito da Rizzoli.

Già stato a Lugo? Sì. E no. Nel senso che ci sono passato molte volte ma non mi ero mai fermato. Questa parolina di appena quattro lettere, quasi un nome di battesimo con l'articolo, l'Ugo, appartiene ai miei più remoti ricordi: Lugo Medicina Bagnacavallo, tutti termini un po' strani per una città, riassumevano come una filastrocca l'itinerario per raggiungere la Riviera romagnola da Bologna sulla via San Vitale, in alternativa alla via Emilia, prima dell'apertura dell'autostrada A14 verso il mare. Un viaggio lungo e avventuroso come un'odissea, nelle mie memorie d'infanzia, sulla Millecento del babbo, con sosta a Ravenna per raffreddare il motore, sgranchire le gambe e rifocillarsi con un toast, prima della tappa finale sull'Adriatico fino a Milano Marittima, dove si arrivava spossati, al punto che il papà portava mia sorella in casa addormentata fra le sue braccia.
Ma a Lugo, appunto, non ci fermavamo. E la vita non mi ci ha riportato più, neanche di passaggio, fino al Caffè Letterario del mio romanzo "Bassa marea". Così, dopo la presentazione del libro, dall'Hotel Ala d'Oro mi accompagnano finalmente in piazza. E lì rimango allibito da tanta bellezza: mai avevo visto, in Italia o nei miei tanti anni in giro per il mondo, una piazza simile. Mai? Davvero mai? Un sottile senso di deja vu mi suggeriva che c'era stato un precedente ma non riuscivo a metterlo a fuoco. Solo quando da Lugo me n'ero già andato, mi è venuto in mente: quel quadrilatero chiuso dai portici l'avevo già ammirato altrove, a Parigi. In Place des Vosges, per me la piazza più bella della Ville Lumière. Con una differenza, ora che posso fare il confronto: è più bella, tra le due, la piazza di Lugo.


martedì 25 giugno 2019

"L'amico nel triclinio" di IVANO NANNI


Sull'incontro di domenica 23 giugno 2019 dedicato alla lettura del “Satyricon” di Petronio.

La stagione del caffè letterario di Lugo va in ferie estive e riprenderà ad ottobre come è stato segnalato dal suo animatore e fondatore Claudio Nostri. Chiude come è sua usanza con una lettura finale e collettiva di un classico, questa volta, della letteratura latina. Nel cortile dell'albergo Ala d'oro, è andata in scena una selezione di brani del Satyricon, il capolavoro di Petronio. Molti sono stati i lettori e le lettrici che hanno letto i brani assegnati dal regista Nostri. In questa storia di decadenza, di pederasti e poetastri, di ladri e parassiti, di schiavi e di padroni la sensazione di avere letto una cronaca mondana attuale è stata forte. Che Roma fosse una grande capitale lo si sapeva, e che fosse anche in decadenza pure, ma che resista a questo declino da duemila anni ci fa dire che questa città è davvero immortale. E' dunque una grande città, e se l'immortalità non è solo un pensiero che tocca qualche artista in vena di umorismo, Roma è la vera protagonista di questo stupefacente romanzo che solo uno spirito libero e libertario, e pagano, poteva scrivere. E produrre quell'arte, musiva e pittorica, non sarebbe stato possibile se non si aveva il senso della finitezza dell'esistenza, in quanto la grandezza avveniva nell'istante, nel godimento dell'attimo, nella produzione del quadro, o della poesia che solo in virtù della sua scrittura è diventata paradigmatica, e leggibile come storia dell'oggi. Ieri sera si è sfiorata questa convinzione, evocando quello che i nostri antichi antenati hanno provato, e che noi proveremo solo in sogno, il sogno del Satyricon.

martedì 18 giugno 2019

"L'ala di Baracca" di ELENA LOEWENTHAL


Elena Loewenthal è stata ospite del Caffè Letterario di Lugo venerdì 14 giugno 2019 per presentare il suo libro "Nessuno ritorna a Baghdad” edito da Bompiani.

Chissà se il tempo è verticale oppure orizzontale. Ci ho pensato contemplando l’ala di Baracca. Il monumento è bellissimo, di una bellezza per la quale fatico a trovare le parole. Non perché sia indicibile, è che non trovo gli aggettivi giusti per descriverla, quell’ala piantata a terra. E quella figura imperiosa eppure bonaria dell’aviatore, che forse ride anche un po’ di se stesso come è capace di ridere di sé l’intelligenza, a volte.
Quell’ala è spettacolare. E’ così statica, così solida, come se fosse lì da sempre.
Ho scritto un romanzo fatto quasi tutto di viaggi, migrazioni, spostamenti, radici aeree. L’ala di Baracca mi ha riportato sulla terra, e in fondo ci sto bene. Io le radici le ho ben piantate lì, dentro il suolo.
E poi mi ha fatto pensare al tempo. Chissà se si disegna in orizzontale, come la terra delle radici, o in verticale, come quell’ala. Einstein direbbe che non è nessuna delle due cose, che il tempo e lo spazio sono un materasso gelatinoso su cui fluttua il cosmo. Ma forse, se avesse visto l’ala di Baracca, l’avrebbe pensata diversamente pure lui.

sabato 8 giugno 2019

"I leopardisti sono una razza un po' particolare" di ENRICO PALANDRI


Enrico Palandri è stato ospite del Caffè Letterario di Lugo giovedì 6 giugno 2019 per presentare il suo libro "Verso l’infinito” edito da Bompiani.

Caro Claudio e cari amici del caffé letterario,
che piacere dormire all’Ala d’oro, dove le stanze sono dedicate a poeti e scrittori e la sera si parla di letteratura! E con un pubblico che è una comunità, sa di cosa si tratta quando si parla di libri e si incontrano autori. Davvero una magnifica occasione per tornare in Romagna e godersi il calore delle vostre maniere cortesi e il conforto di un’ospitalità secolare. Del resto, alla corte degli estensi, si trovarono bene tanti autori prima di me!
Questa mattina ho avuto il tempo di fare un piccolo giro per le belle piazze di Lugo, entrare in qualche chiesa, curiosare nei bar e nei negozi prima di riprendere il treno e adesso che vedo scorrere i filari di viti e gli alberi da frutti capisco perché sia stato necessario avere tanto spazio per il mercato. Mi riprometto di tornare, spero di riuscire a vedere il teatro di cui ho solo visto qualche riproduzione e il museo Baracca, che questa mattina era chiuso. Ma soprattutto di ritrovare la bella conversazione del vostro gruppo di amici, seria e affabile, che ci ha consentito di scambiare idee su temi così diversi. Saluta anche Marco, che nel 2006 mi presentò con una competenza rara; non che tu sia stato da meno ieri sera, ma i leopardisti sono una razza un po’ particolare su cui si può discutere a lungo. Perché Leopardi ha lasciato un’opera dove il maggiore e il minore si confondono continuamente, dai Canti allo Zibaldone o a qualcosa che scrive in una lettera, ci si sente costantemente stimolati a pensare e dirne, che è cosa magnifica. Ringrazia Massimo, che ha recuperato tanti titoli, e gli altri amici che si sono fermati a bere e parlare fino a tardi in piazza. Mi ha fatto piacere incontrare anche tua moglie Patrizia e sentire la sua passione per l’insegnamento e per Lugo.
Auguri e spero a presto



sabato 1 giugno 2019

"Risoluzione poetica" di IVANO NANNI


Sull'incontro di venerdì 31 maggio con Pier Paolo Giannubilo che ha presentato il suo romanzo “Il risolutore” edito da Rizzoli.


Gente in piedi, ieri sera, nella sala delle conferenze dell'Ala d'Oro per la presentazione del libro di Pier Paolo Giannubilo, “Il risolutore”, pubblicato da Rizzoli e finalista allo Strega. Una biografia romanzata con omissis, come dice il protagonista stesso, presente in aula, come si dice dei rei confessi, l'iperbolico personaggio del libro, l'artista Gian Ruggero Manzoni. Ometto le varie identità artistiche sotto le quali compie le sue incursioni nel campo dello scibile, dirò solo - creativo -, un termine che contiene le varie etichette. Incursione credo sia una parola che lo metta a suo agio. Del resto passa tutto dal suo estremismo, per chi lo conosce. Il poeta con la mimetica è un'immagine ricorrente nelle sue varie e documentate poetiche, affabulazioni, racconti, dipinti, specie in quelli. Gli armati di penna o di spada fanno differenza solo sul campo, ma non concettualmente. Di morti ne fanno l'una come l'altra. La sua poesia, cioè il suo protagonismo poetico e artistico vigoroso, battagliero e viscerale, è sempre stato di tipo aviatorio, spericolato, incursivo, direi bombarolo nell'arte e nelle lettere, che in mano sua cessavano di essere belle, per diventare efficaci mezzi di esplorazione di territori fuori dell'ordinario, marce forzate su sentieri impraticabili, in zone prevalentemente paludose dove molta della sua produzione artistica trae linfa vitale. Zone da stalker, dove orientarsi nel dedalo di canneti e vie d'acqua richiede il fiuto di una carpa esperta. Creazione e distruzione sono i due poli elettrici dai quali passa saettante la sua contrastante e tormentata esistenza. Il tema del sicario è una presenza epifanica che lo libera e lo danna al tempo stesso; colui che uccide per se stesso, per una mancia in fondo, reifica la vita umana, la rende merce, un sottoprodotto residuale, la banalizza espropriandola (aristocraticamente, nel caso di Manzoni), del suo diritto di essere ingiudicabile se non dall'Eterno. Forse è per questo che da tempo ha iniziato un percorso di resurrezione in termini tolstoiani, chissà, ogni deduzione è un rischio, ogni congettura un attentato a equilibri precari, in questo caso. La frenesia movimentista lo porta nel '77 al DAMS, trampolino di lancio di una carriera che, come si direbbe se ancora fossimo sotto i portici di via Zamboni, è mao-dadaista, anarco-psichedelica, militare e occulta, come adesso sappiamo, anzi per quello che ci è dato sapere. Ma se tutte le etichette insieme non fanno un'identità, cos'è allora l'identità se non una promiscuità di intenti, di desideri, di libertà rincorse e solo parzialmente raggiunte, o il suo contrario, l'arbitrio incondizionato di qualcuno che ti tiene al laccio per un tempo indefinito? Domanda alla quale non è facile rispondere specie se si tratta di Gian Ruggero. Tra lo sconcerto, lo stupore, la diffidenza, si inizia e si prosegue la lettura di questa opera con l'animo di chi sta per scoperchiare un sarcofago, dove cenere e oro si trovano bellamente mischiati. Quello che cresce nel lettore che conosce il protagonista sono sentimenti contrastanti che si riassumono in un'unica immagine, gli occhi sgranati degli increduli concittadini. Gian Ruggero ha alimentato negli anni, prendendola come prerogativa e licenza poetica, il libero creare come intreccio tentacolare di vite vissute da lui e da altri ma tutte confluenti in un'unica narrazione fluente, ora torbida, ora allucinata, o brillante e trasparente di digressioni iperboliche che si teme, in questo caso, l'invenzione totale, una sorta di grande opera, il colpo magico dell'illusionista che svela il suo trucco. "Il gioco è finito", sembra dire, il nostro amico dal suo pulpito immaginario, "via il cilindro e il frac, sono nudo e non c'è altro da aggiungere". O quasi. Si vede nella sala, proprio sopra la testa del pubblico aleggiare una curiosa nuvola grigia, ha la forma di un grosso punto interrogativo, minaccia rovesci improvvisi e si prende troppo sul serio. Sarà tutto vero? Prima domanda. E poi, seconda domanda, ha importanza sapere se è tutto vero? Forse sì, da un punto vista etico, altre domande seguirebbero a questa confessione laica, ma ora quello che mi viene in mente è solo questo - solo nei momenti di crisi conosci davvero chi è il tuo vicino di casa – Gian Ruggero ora lo conosciamo un po' di più, ma non tanto di più.