Spogliato delle sue armi, delle belle promesse per una nuova patria, della protezione di sua madre, delle disposizioni del Fato, e spogliato del suo eroismo, Enea oggi sarebbe un migrante, un semplice migrante in fuga, alla ricerca di una nuova patria.
Per i nuovi Enea che partono dai lidi africani diretti verso l'Italia, alla ricerca di un posto dove stabilirsi, proprio come il vecchio Enea, il capostipite di tutti i migranti dell'area mediterranea, non c'è nessuna Didone ad aspettarli. A ricevere questi disperati senza una patria ci sono i centri di accoglienza provvisori, spiazzi cinti da reticolati guardati da cani ringhianti e da mastini con l'elmetto. E meno che mai ci sarà un poeta grande e malinconico, immenso per mitezza e genio che canterà le loro peripezie, le loro vite di pastori e di contadini strappati alla terra da una guerra, o dalla siccità, o da una pestilenza.

Forse oggi un grande poeta potrebbe raccontare un' Eneide al contrario, un nuovo poema, dove nei primi sei libri si narrano le vicende di un Enea solo e disperato nel cuore di un paese che non lo vuole e che lo sfrutta in ogni modo, e nei successivi sei libri verrebbe narrato il ritorno alla sua terra, non pacificata ma dove ritroverebbe un orto e un pascolo per le pecore, e un altro Virgilio (incarnazione del grande mantovano, per chi crede nella trasmigrazione delle anime) si incaricherebbe di raccontare la sua vita, che di sicuro troverebbe un posto insigne nell'epica contemporanea. Ovviamente, prima o poi, a conferma di un eterno ritorno dell'uguale, la sua terra finirebbe nelle mani di un usurpatore che lo caccerebbe di nuovo dalla sua casa (come successe a Virgilio), e Enea prenderebbe di nuovo il mare, per fare quello che sappiamo.
di Ivano Nanni
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