“Secondo un'antica definizione l'lliade sarebbe il poema dell'ardimento
giovanile e l'Odissea quello della
riflessione matura, del tramonto dell'età eroica”, così scrive Fausto Codino nella prefazione all'Odissea,
poi continua dicendo che in realtà
entrambi i poemi chiudono un periodo storico definito come “medioevo greco”
lasciando successivamente il passo alla poesia lirica. E questo medioevo greco
è un periodo oscuro, misterioso e
remoto, avvolto in una mitica
evanescenza, brillante per superiorità
di eroi e audaci imprese, battaglie e assedi decennali su spiagge
appartate sotto lo sguardo fazioso di divinità olimpiche perfettamente
schierate e decisive per le sorti delle umane vicende, un periodo che termina con il rientro in patria degli eroi sopravvissuti. Le
battaglie si quietano, le armi vengono deposte, i lucidi pugnali di bronzo
rinfoderati, gli eroi invecchiati e dagli occhi spenti risalgono sulle nere navi e tentano un
ritorno assai pericoloso verso le case che hanno lasciato ancora giovani. Il
primo spiraglio dell'umano divenire occhieggia tra le barbe canute sotto forma
di nostalgia di casa.

Ulisse, spirito multiforme, ingegno eclettico e
prodigiosamente metamorfico al figlio si presenta in umili sembianze. Si adatta alle situazioni, spinto dalla
curiosità eccede in fiducia portando alle soglie dell'ardimento ogni forma di
conoscenza che spesso procura a sé e ai
suoi compagni infiniti guai e non pochi lutti. È l'esempio dell'uomo d'azione
che si scopre paziente per raggiungere meglio i suoi scopi, che sa aspettare e
progettare la vendetta che architetta nell'ombra con pochi fedelissimi, Eumeo,
Telemaco, arrivati increduli al
riconoscimento e pronti ad eseguire ogni ordine di Ulisse, spirito costante.

di Ivano Nanni
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